Siena, vista sull'orto dei pecci

2.2 La memoria della città nei documenti e nelle pietre

 

L’antico Studio

L’ Ateneo di Siena ha origini antiche. La sua data di fondazione è ritenuta il 26 dicembre 1240, quando il podestà di Siena, Ildebrandino Cacciaconti, confermò una precedente legge in cui si stabiliva che le somme anticipate dagli osti come pagamento delle tasse venissero utilizzate per pagare gli stipendi ai maestri dello Studio. Non sappiamo, però, a quale data risalisse il provvedimento che si andava prorogando. Certo è che i governanti senesi fossero ben consapevoli di quale prestigio portasse alla città la presenza di una Università. Fin dal XIII secolo era attiva in Siena una Scuola giuridica, una di grammatica ed una medica. E, da allora in poi, l’Università senese sarebbe diventata attrattiva per studenti provenienti da tutta Europa.

Prima sede dell’Ateneo – oltre all’antico Spedale di Santa Maria della Scala – fu la Casa della Sapienza, sull’omonima strada, nell’edificio dove oggi si trova la Biblioteca degli Intronati. A partire dal 1416, qui alloggiavano gli studenti e si svolgevano le lezioni. La vivacità (non solo intellettuale) dello Studio Senese è testimoniata da numerosi episodi, come quando, per protesta contro Cosimo II che non voleva ripristinare certi privilegi del passato, il 22 marzo 1611 avvenne l’occupazione della Sapienza da parte degli studenti che «serrorno lo Studio perché nessun dottore vi potesse entrar a leggere». Fra le materie d’insegnamento, anche la “lingua toscana”. Molti gli stranieri che dall’Europa ‘letterata’ vennero a Siena per imparare l’italiano, e molto acceso fu il dibattito se la vera lingua fosse la senese o la fiorentina. Orazio Lombardelli, che nel 1598 era entrato a far parte del corpo docente dello Studio senese, tentò un compromesso sostenendo che «la vera pronunzia toscana si ritrova in Siena, come in sua seggia principale. Se cercate la copia delle parole e le forme di dire, la leggiadria de’ tiri e delle vaghezze non bisogna uscir di Fiorenza […] per lo che vengo a conchiuder che, a voler dire lingua toscana perfetta, si dee dir come si dice in Fiorenza per proverbio: lingua fiorentina in bocca sanese». L’Università di Siena poté avvalersi di uno dei maggiori linguisti italiani del Cinquecento, Claudio Tolomei; e, in seguito, di altri notevoli studiosi della materia, quali Celso Cittadini e Girolamo Gigli.

Ad inizio Ottocento l’Ateneo trovò sede nel palazzo in cui tutt’oggi è il Rettorato. Nei secoli XVII-XVIII quest’area era stata occupata dal monastero camaldolese di San Vigilio, finché nel 1561 vi sarebbero subentrati i Gesuiti che, con una graduale opera di ristrutturazione e ampliamento, in epoca settecentesca avrebbero trasformato il complesso in un grande collegio. Esso divenne ufficialmente sede dell’Università nel 1815, quando, conclusasi l’era napoleonica, Ferdinando III d’Asburgo Lorena poté tornare sul trono del Granducato di Toscana e l’Ateneo riprendere la propria attività. Da questa data il palazzo subisce ulteriori ristrutturazioni con la realizzazione (1826) dell’Aula Magna Storica ad opera dell’architetto Agostino Fantastici, della Specola Metereologica e del porticato attorno al cortile (1893) disegnato in stile rinascimentale da Giuseppe Partini.

Attraverso un itinerario storico-museale aperto al pubblico è possibile ripercorrere le vicende storiche dell’Ateneo dal XIV secolo al 1955. Vedere, ad esempio, il sigillo di bronzo del Trecento con l’immagine della protettrice santa Caterina d’Alessandria, la Mazza del Bidello eseguita nel 1440 da un argentiere senese. Oppure certi documenti d’epoca seicentesca, come la Riforma del Generale Studio emanata nel 1589 dal Granduca di Toscana Ferdinando I de’ Medici, con la quale furono istituiti i concorsi a cattedra. Altrettanto interessante la prolusione, letta nello stesso anno, da Diomede Borghesi all’inizio delle lezioni di “Tosca Favella”, il primo corso di lingua italiana tenuto in Italia. Incuriosiscono, poi, gli appelli di presenza a cui erano obbligati gli studenti nel Settecento, le ‘ballotte’ usate per sorteggiare le domande degli esami e la clessidra per controllare il tempo delle risposte. Per venire ad epoche più recenti, troviamo armi e cimeli della battaglia di Curtatone e Montanara (1848) cui parteciparono, insieme all’esercito piemontese, anche gli universitari senesi. Tra i documenti di indubbio interesse, la tesi di laurea discussa nel 1923 da Carlo Rosselli.

 

La storia nei documenti

Esiste un luogo dove è contenuta quasi l’intera storia di Siena; quella, cioè, che attraverso i documenti racconta le vicende secolari della città. É il palazzo Piccolomini, sede dell’Archivio di Stato, fatto edificare da Giacomo e Andrea Piccolomini, nipoti di Pio II. L’edificio fu terminato nel 1509 e probabilmente progettato dal Rossellino (lo si dedurrebbe dalle somiglianze che ha con il palazzo Piccolomini di Pienza). Dal 1681 al 1820 ospitò il Collegio Tolomei. Nel 1824 passò al Demanio granducale che vi allestì diversi uffici e servizi, finché nel 1867 una parte venne destinata ad Archivio di Stato.

Merita fare un accenno al Collegio Tolomei, poiché si trattò di una istituzione molto importante. Nacque nel 1676, per volere di Celso Tolomei, secondo le regole gesuitiche dei seminaria nobilium. Ai giovani convittori veniva impartita una rigorosa educazione retorico-grammaticale, integrata con studi di diritto (civile e canonico) e con l’addestramento nelle scienze cavalleresche e nella pratica teatrale. Oltre un secolo dopo dalla sua istituzione, Peter Beckford tenne ad annotare nei suoi appunti di viaggio che «il collegio Tolomei è esclusivamente per i nobili i quali, prima di entrarvi, debbono dimostrare di esser tali per quattro quarti. Versano ottanta corone all’anno per il vitto e l’alloggio, e vengono istruiti nel latino, nella retorica, nella filosofia e nella matematica. Una tassa a parte è richiesta per lezioni di equitazione, danza, scherma, musica, disegno e così via; la spesa complessiva ammonta a quasi duecento corone. Si tratta di una buona istituzione nella quale si tiene d’occhio la morale e se i discepoli non sono più istruiti, la colpa è in gran parte dei loro padri. Mi hanno detto, infatti, e non ho ragione di dubitarne considerata la fonte, che costoro chiedono talora se i loro figli danzano o tiran bene di scherma, ma mai o quasi domandano che libri leggano».

Una parte del palazzo ospita tutt’oggi l’Archivio di Stato, dove, in modo permanente, è allestita la mostra delle Tavolette di Biccherna. Si tratta di 105 tavole dipinte tra il 1258 e gli inizi del XVIII secolo, nate per essere le copertine dei registri contabili della maggiore magistratura finanziaria del Comune di Siena, la Biccherna appunto. A partire dal 1257 gli ufficiali di Biccherna decisero, infatti, di far impreziosire i libri dei conti con delle pitture; e analoga cosa presero a fare, in seguito, altre magistrature e istituzioni cittadine come la Gabella, il Concistoro, la Camera del Comune, l’amministrazione dei Casseri e delle Fortezze, l’Ospedale Santa Maria della Scala, l’Opera Metropolitana, la Compagnia di San Giovanni Battista della Morte. Dalla seconda metà del XV secolo, le copertine divennero veri e propri quadri commissionati ai maggiori artisti senesi. Tra costoro Ambrogio Lorenzetti, Paolo di Giovanni Fei, Giovanni di Paolo, Sano di Pietro, Francesco di Giorgio, Francesco Vanni, Ventura Salimbeni, Francesco Rustici detto “il Rustichino”.

In esposizione si trovano anche significativi documenti sulla storia di Siena lungo i secoli, dall’anno 735 all’Unità d’Italia. Si consideri che presso l’Archivio sono conservate circa 60.000 pergamene, le delibere e gli statuti della Repubblica, i carteggi e gli atti delle amministrazioni giudiziarie e finanziarie. Autografi di Brunetto Latini e Pier della Vigna, l’alleanza siglata tra Farinata degli Uberti e i ghibellini senesi, le condanne di Casella, di Cecco Angiolieri, i diplomi di Manfredi e Corradino di Svevia. Di particolare interesse il testamento in latino di Giovanni Boccaccio rogato il 28 agosto 1374 nella chiesa di Santa Felicita in Firenze, da ser Tinello di ser Bonasera da Passignano.

Va infine ricordato che in questi scaffali su cui si allineano secoli di storia e di memoria si trova un antico tomo che testimonia un grande atto di democrazia e trasparenza amministrativa. E’ il Costituto del 1309 che, per decisione del Comune, venne fatto tradurre in lingua volgare, affinché l’insieme di norme e leggi che regolavano la vita pubblica, fossero comprensibili anche a chi non conosceva il latino: per “le povare persone et altre persone che non sanno grammatica, et li altri, e’ quali vorranno, possano esso vedere et copia inde trarre et avere a loro volontà.” La copia, scritta a caratteri grandi così che tutti fossero in grado di leggerla, venne esposta al pubblico e fissata ad una catena di ferro che ne impedisse il furto e la manomissione. Siamo agli inizi del Trecento, e si ammetterà quale sorprendente segno di civiltà, di giustizia, di garanzie politico-istituzionali sia rappresentato da un tale documento. 

 

Regalo di famiglia

Incontriamo nuovamente il nome dei Piccolomini alle Logge del Papa, sulla strada omonima. Sono dette così perché fatte costruire nel 1462 da papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini) come dono alla sua famiglia la cui residenza era lì accanto. L’opera fu commissionata all’architetto senese Antonio Federighi. Sull’architrave che sormonta le arcate rinascimentali leggiamo la dedica: PIUS II PONT MAX GENTILIBVS SVIS PICCOLOMINEIS (Pio II Pontefice Massimo ai suoi parenti Piccolomini).

Enea Silvio Piccolomini, poi diventato Pio II, è ritenuto uno dei pontefici che hanno segnato la storia della Chiesa del tempo (sedette sul trono papale dal 1458 fino alla morte avvenuta nel 1464). Gli furono riconosciute grandi doti diplomatiche e un tenace impegno nel fronteggiare la minaccia alla cristianità rappresentata dal sultano turco Maometto II, il Conquistatore.

Il Piccolomini è considerato anche tra i più importanti umanisti dell’epoca, profondo conoscitore della cultura classica e raffinato uomo di lettere. Sono celebri i suoi Commentarii, un’autobiografia scritta in terza persona che, alla maniera del cesariano De bello gallico, intende dare di sé un’immagine virtuosa e celebrativa. Ma, prima di diventare papa, era stato pure autore di testi licenziosi, come nel caso della novella Historia de duobus amantibus, dove, in forma epistolare, si racconta la vera storia d’amore fra Kaspar Schlick (che nella finzione letteraria assume il nome di Eurialo) e una nobildonna senese chiamata Lucrezia, moglie di un certo Menelao de’ Camilli. I due si erano conosciuti a Siena nel 1432, quando Schlick vi era stato inviato come ambasciatore dall’imperatore Sigismondo.

É poi noto che al nome di Pio II sia legata la città di Pienza. Enea Silvio Piccolomini era, infatti, originario del preesistente borgo medievale di Corsignano. Nel 1459, l’anno dopo che era stato eletto papa, ebbe occasione di tornare a visitare il borgo nativo, e prese la decisione di trasformarlo in residenza temporanea sua e della corte papale «per lasciare – un monumento a diuturna memoria delle proprie origini». Nacque così Pienza (“città di Pio”) progettata dall’architetto fiorentino Bernardo Rossellino secondo la concezione umanistica della “città ideale”. Il progetto non fu realizzato nella sua interezza a causa della morte del Piccolomini.

Chi volesse ammirare una ‘storia illustrata’ della vita di Enea Silvio può recarsi nella Libreria Piccolomini, all’interno del Duomo di Siena. Fu fatta realizzare nel 1492 dall’arcivescovo di Siena, cardinale Francesco Piccolomini Todeschini (poi Pio III) per custodire il patrimonio librario dello zio papa. Tra il 1502 e il 1507 venne interamente affrescata da Pinturicchio (ad aiutarlo anche un giovane Raffaello Sanzio) che vi raffigurò gli episodi più salienti della vita di Enea Silvio. La vita di un personaggio di spiccata personalità e cultura. Non difettava nemmeno di umorismo. Resta famosa la rima che coniò quando, diventato papa, gli si palesò un inimmaginabile stuolo di parenti: «Quand’ero solo Enea nessun mi conoscea, ora che sono Pio tutti mi chiaman zio».

 

Il Ghetto

Si chiama vicolo delle Scotte la stradina che da via del Porrione scende in via Salicotto incrociando altre viuzze con rughe d’ombra, imprevedibili squarci di luce. Sono le strade dell’antico Ghetto, tant’è che lo stesso nome Scotte lo si vorrebbe far derivare da una storpiatura vernacolare dell’ebraico sukkoth, la “Festa della Capanne”, che gli ebrei senesi avrebbero celebrato in questo vicolo. Di più immediata comprensione è invece il toponimo del vicino vicolo della Manna.

Il Ghetto di Siena nacque nel 1571, allorché il granduca di Toscana, Cosimo I, in analogia al provvedimento assunto a Firenze, decretò che anche a Siena gli ebrei – qui presenti fin dal XII secolo – dovessero vivere in un luogo ben delimitato. La loro residenza coatta dovette, dunque, organizzarsi in tale parte della città, un rione di case malsane e a basso costo, abitato prevalentemente da meretrici e gente di infima condizione sociale. Indubbiamente un’umiliazione, per gli ebrei, unita ad altre vessazioni come quella di pagare una tassa speciale o l’obbligo di farsi distinguere nell’abbigliamento (gli uomini indossando un cappello giallo, le donne una sciarpa). Furono inoltre emanate norme in cui si proibiva che gli ebrei potessero svolgere attività in ambito bancario. Così come venne stabilito che potessero sì esercitare il commercio, ma solo vendendo merce di seconda mano e non occupando lavoratori cristiani.

É documentato che nel XVII secolo vivessero nell’area del Ghetto circa 500 ebrei. Un numero considerevole, in ragione del quale fu deciso di costruire la Sinagoga, laddove, in precedenza, si trovavano altri luoghi di preghiera. L’edificio, progettato in stile neoclassico dall’architetto Giuseppe Del Rosso, venne costruito nel 1786. Si noterà l’aspetto abbastanza anonimo della facciata (niente, dall’esterno, doveva far intendere che si trattasse di un luogo di culto) mentre l’interno ha una ricca decorazione. Di fronte si trova la fonte del Ghetto, originariamente ornata da una statua di Mosè che additava l’acqua, attribuita a Jacopo della Quercia. La statua venne rimossa nel 1875 poiché alcuni ebrei polacchi avevano sollevato il problema di come la scultura contravvenisse al divieto di rappresentare immagini. Oggi è conservata nel Museo di Palazzo Pubblico.

Per tornare alle vicende della comunità ebraica senese, va ricordato che nel 1799 l’arrivo a Siena dei francesi restituì agli ebrei i loro pieni diritti di cittadinanza. Le porte del Ghetto furono simbolicamente bruciate in piazza del Campo, ma in quella stessa piazza, qualche settimana dopo, sarebbe accaduto un atroce episodio. Giunti in città per cacciare (momentaneamente) i francesi, gli antigiacobini del Viva Maria irruppero nel Ghetto con atti di violenza e distruzione. Uccisero diciannove ebrei, tredici dei quali furono arsi vivi in piazza del Campo utilizzando il legno dell’albero della libertà. Sulla facciata della Sinagoga, una lapide ricorda le vittime. 

Un’altra epigrafe, posta anch’essa vicino all’ingresso della Sinagoga, ricorda i tempi cupi del nazifascismo, delle leggi razziali, della deportazione di quattordici ebrei senesi nei campi di sterminio.

La chiusura definitiva del Ghetto e un conseguente spopolamento da parte degli ebrei avvenne nel 1859. A partire dal 1935 il quartiere avrebbe subito un’importante trasformazione urbanistica con l’abbattimento di quasi tutti i vecchi edifici.

 

La strada dei condannati a morte

Le scale in fondo al vicolo delle Scotte conducono in via Salicotto e, attraverso il Passaggio di Pescheria si può scendere in piazza del Mercato. Il toponimo Pescheria indica chiaramente che qui (fino verso la metà del Novecento) si vendeva il pesce. Come testimonia una lapide sul muro di via Salicotto, questa zona era adibita a mercato ittico fin dal 1589. Vi si legge: “Pesce di fiume”. Il mare, infatti, era troppo distante da Siena; ed i pesci messi in vendita provenivano dalle più vicine acque dei fiumi Merse, Arbia, Ombrone, dai laghi di Chiusi e Trasimeno.

Su piazza del Mercato si erge, imponente, il retro del Palazzo Pubblico, e quasi l’intero spazio della piazza è occupato dal loggiato centrale di epoca ottocentesca, chiamato, per la sua forma, “Tartarugone”. Sotto e all’esterno – anche in tal caso fino alla metà del secolo scorso – si svolgeva il mercato ortofrutticolo e di altri generi alimentari. Sul lato libero da edifici, una sorta di balconata si affaccia sulla campagna che entra fin dentro la città, arrampica il suo verde sul cotto delle antiche mura, si insinua a ridosso della pietra serena. Sullo sfondo è visibile la Basilica dei Servi; in lontananza, Radicofani e il monte Amiata.

Dalla sottostante via di Porta Giustizia (così detta perché vi transitavano i condannati a morte) è possibile raggiungere la strada a sterro che, declinando nella Val di Montone, conduceva alla porta omonima non più esistente. E’ il percorso che, nel medioevo, facevano, giustappunto, coloro che venivano giustiziati. Fatti uscire dalle carceri situate nei fondi del Palazzo Pubblico, attraversavano piazza del Mercato, percorrevano via dei Malcontenti (definire malcontenti dei condannati alla pena capitale è dire poco) e, proseguendo fuori le mura, raggiungevano Poggio alle Forche (altro nome eloquente) per essere impiccati.

L’antica Val di Montone è da tempo chiamata Orto dei Pecci. Non è noto il motivo di questa denominazione. Forse è riferita alla casata senese dei Pecci. É però certo, come leggiamo su un libro contabile dell’Ospedale Santa Maria della Scala, che un certo Girolamo di Piero, ortolano, nell’agosto del 1547, abitasse «al Orto de Pecci al Merchato Vecchio».

Dall’Orto dei Pecci si ha una inconsueta visione della città con una svettante Torre del Mangia che sembra piantata sul verde della campagna.

 

Il villaggio dei matti

La strada, che dal fondovalle prosegue risalendo, conduce fin dentro l’area dove sorgono gli edifici dell’ex Ospedale psichiatrico San Niccolò, oggi sede di alcuni istituti universitari. L’ospedale nacque nel 1818 nei locali che erano appartenuti al monastero di San Niccolò. Fu da subito una struttura ritenuta d’avanguardia rispetto alle pratiche terapeutiche del tempo basate esclusivamente su metodi repressivi. Ciò grazie alla lungimiranza di coloro che ne furono i primi direttori, gli psichiatri Giuseppe Lodoli e il successore Carlo Livi. Fu con Livi che, tra il 1870 e il 1890, venne realizzato, in sostituzione delle vecchie stanze conventuali, un vero e proprio villaggio progettato dall’architetto romano Francesco Azzurri: 31 edifici costruiti su un’area di quasi 15 ettari.

Lo stesso Livi sosteneva che per i malati psichiatrici il lavoro rappresentasse una delle cure più efficaci. Possibilmente il lavoro che i malati svolgevano prima del ricovero. Ed essendo i più di provenienza contadina o ex artigiani, furono create una colonia agricola e alcune botteghe artigiane che andarono a formare una sorta di cittadella (tutt’ora sono visibili le targhe che indicavano i luoghi delle diverse attività).

All’interno dell’edificio principale – la cui facciata è arricchita da un vertice a campanella e da un orologio – si trovava la cappella. Un ambiente di pregio, in buona parte conservato, era la farmacia, attrezzata anche con un laboratorio d’analisi e una fornitissima biblioteca scientifica. Molto belli gli arredi in legno, le pitture murali, il vasellame in ceramica e vetro. 

Tra gli edifici, ha un particolare interesse architettonico – e non di meno suscita angoscia – il padiglione intitolato, paradossalmente, ad uno degli psichiatri più illuminati dell’Ottocento, l’inglese John Conolly, assertore di un sistema di liberalizzazione della cura ai malati di mente. Nel “padiglione Conolly” di Siena venivano reclusi i malati più gravi, i “clamorosi”. Era il cosiddetto Panopticon, presente anche in alcuni istituti di pena. Una struttura circolare, lungo la quale si trovavano le celle a vista, con una colonna centrale dalla quale un unico sorvegliante potesse vigilare su tutti gli internati. In Italia ne esistono due, questo del Manicomio di Siena e quello all’interno del carcere Santo Stefano nell’isola di Ventotene.

Dopo quasi due secoli di vita, l’ospedale psichiatrico venne definitivamente chiuso nel 1999. Nel corso degli anni era arrivato ad ospitare oltre 2000 persone provenienti da varie parti d’Italia. Una città nella città.

 

 

Una produzione: toscanalibri.it
Testi a cura di Luigi Oliveto
Coordinamento editoriale:
Elisa Boniello e Laura Modafferi
Foto: Archivio Comune di Siena
Grafica: Michela Bracciali

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