7.3 Eremi e castelli

Da Porta Fontebranda alle pendici della Montagnola

«Le case, per fortuna, sono soltanto a due o tre piani; e la gente, alle finestre, ha l’aria di far loro da contropeso; perché non seguitino ad andar giù, tutte insieme, verso la Porta Fontebranda, da dove certo non passerebbero essendo così stretta. Le vie della città guardano queste quasi per scendere loro addosso; con la cattedrale nel mezzo e con San Domenico sopra il tufo giallo. Ma la Fontebranda è ficcata giù sotto terra, e i macelli se ne stanno stretti stretti rasente la balza che regge metà di Siena».

(Federigo Tozzi, Bestie)

Porta Fontebranda si trova ai piedi della città, laddove una modesta apertura, di certo una “porta minore” rispe
tto ad altre maestose ed imponenti, apre un varco nell’ultima cinta muraria cittadina; oltre la prima campagna. Sopra di noi la mole possente della Basilica di San Domenico si eleva maestosa sul Poggio di Camporegio; sulla collina davanti, lungo un declivio fortemente inclinato, le case della città, aggrappate le une alle altre come per sorreggersi, dominate dalla monumentale costruzione del Duomo, scendono disordinatamente a valle.

Porta Fontebranda

La Porta di Fontebranda è caratterizzata da un’architettura molto essenziale, priva di antemurale, con un arco a tutto sesto su un altro ribassato, sopra al quale è murato un trigramma di San Bernardino (ma questo si trova sopra molti palazzi, chiese, sulle porte della città, sulla facciata di Palazzo Pubblico: si dice che protegga Siena dai mali e questo dopo che i senesi si rivolsero a lui nel 1630 perché la peste, quella famosa manzoniana, non colpisse la città, e così fu). In realtà fino all’Ottocento sopra il fornice della porta si alzava una torretta con una loggia coperta e bertesche, non troppo dissimile da quella di Porta Tufi, visibile in varie fonti iconografiche. A fianco della porta si trovava il casotto dei dazieri, oggi scomparso, ma di cui resta la canna fumaria incassata nel muro di cinta. La sua prima menzione risale al 1230 quando già vengono effettuati dei restauri, e ciò testimonia quanto fosse avvertita dal Comune l’esigenza di chiudere dentro le mura l’importante fonte omonima. Intorno alla metà del Duecento si registrarono altre spese, soprattutto per l’edificazione del muro che saliva lungo il Costone.

Da questa porta iniziamo il nostro itinerario che ci porterà a visitare possenti castelli, isolati borghi medievali e splendide pievi romaniche. Prendiamo a pedalare in leggera discesa fino ad intercettare Strada di Pescaia, un’arteria a scorrimento veloce, non propriamente adatta al ciclista, che percorriamo, in salita, per circa un chilometro per poi prendere, sulla sinistra e ancora in salita, Via di Collinella e Strada dei Cappuccini, lungo la quale possiamo ammirare “Casa Rossa”, il podere “Poggio a’ Meli” del romanzo “Con gli occhi chiusi” di Federigo Tozzi, dove lo scrittore senese visse per alcuni anni. All’altezza di Palazzo Diavoli ci immettiamo nella direttrice che lascia alle spalle la prima periferia di Siena e che prosegua in direzione di Firenze.

Palazzo Diavoli        

Edificio dalla forma particolare, nei pressi del quale nel 1526 si svolse una delle tante battaglie tra senesi e fiorentini, con la vittoria dei primi. Ma come vinse Siena? La leggenda vuole che le truppe nemiche abbiano avuto, proprio all’interno di questa strana costruzione, delle “visioni demoniache” tanto spaventose da metterli in fuga; da questo episodio nasce il “sinistro” nome del palazzo, in laterizi, che ha oggi davvero una forma singolare; la sua parte più antica risale al XIV secolo, in seguito venne sopraelevata e munita di una torre cilindrica. La cappella, ora oratorio di Santa Maria degli Angeli, risale ai primi decenni del Cinquecento e fu eretta per volere della famiglia Turchi, alla quale si deve l’ampliamento dell’edificio. Il progetto della cappella viene inizialmente attribuito a Francesco di Giorgio Martini oppure ad Antonio Federighi, due grandi architetti del tempo, anche se gli ultimi studi la vogliono opera di maestranze locali su progetto del grande Baldassarre Peruzzi.

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La strada del Petriccio e Belriguardo, che intercettiamo sulla sinistra poco dopo la località Braccio, è un alternarsi continuo di salite e discese fino ad arrivare a Pian del Lago, ai piedi della Montagnola Senese, una catena collinare che cinge ad ovest la città di Siena in un abbraccio verde costituito di fitti boschi che nel Medioevo furono scelti da chi intendeva vivere una vita eremitica. Di questa tensione verso l’assoluto sono testimonianza due importanti eremi agostiniani, l’Eremo di San Salvatore di Lecceto e quello di San Leonardo al Lago, entrambi immersi nel folto bosco di querce e lecci (Silva lacus), al limite dell’area pianeggiante di Pian del Lago, invaso paludoso fino al XVIII secolo.

Per raggiungere l’Eremo di Lecceto occorre deviare dalla SP 101 di Montemaggio e pedalare lungo uno sterrato di appena un chilometro in marcata pendenza (indicazione Lecceto). La fatica è ampiamente ripagata dalla bellezza del complesso religioso e dell’ambiente naturale in cui questi è collocato (segnaliamo la presenza di un’area verde attrezzata).

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Eremo di Lecceto    

Si dice che Lecceto sia nato dalla volontà di un gruppo di eremiti che scelsero questo luogo, allora poco più che un covo di briganti e ladri, per renderlo un “covo di santità”. Alcuni credono che questa sia una delle probabili spiegazioni del suo motto: «Ilicetum vetus Sanctitatis Illicium» (Lecceto antica attrazione di santità). Si dice che fin dal XI secolo gli eremiti abbiano vissuto nelle grotte di tufo che contornano la Selva di Foltignano, o Selva del Lago, e che nel 1228 abbiano consacrato la loro piccola chiesa, primo nucleo della vita comune e di questo Eremo. I secoli XIV e XV videro il suo massimo splendore architettonico, letterario e religioso grazie anche all’allora priore, il beato Filippo Agazzari (1398 – 1422). La tradizione narra che la stessa Santa Caterina frequentasse questo luogo e fosse legata da profonda amicizia con alcuni frati leccetani, in particolare con l’inglese William Fleete il quale, per diversi anni, fu suo padre spirituale, come ci ricorda oggi una piccola cappella a lei dedicata accanto alla chiesa. La presenza di frati Agostiniani venne interrotta, ancora, a seguito delle soppressioni Leopoldine di inizio ‘800.

Dopo Lecceto continuiamo verso l’Eremo di San Leonardo al Lago che lo si raggiunge tornando indietro lungo lo sterrato che già conosciamo (possibile anche un’alternativa più breve ma dal fondo molto dissestato, tutta interna al bosco) e, una volta sull’asfalto, virando a sinistra per circa due chilometri e poi ancora a sinistra. La strada, ben presto sterrata, procede in discesa fino all’altezza di un’antica locanda, l’Osteriaccia, vicino alla quale anticamente si trovava un mulino che riceveva le acque di Pian del Lago, ma dove, in tempi più recenti, come ci dice ancora il nome, si vendevano cibi e bevande al minuto e dove, probabilmente, si poteva anche dormire.

Eremo di San Leonardo al Lago

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L’eremo agostiniano di San Leonardo al Lago, documentato fin dal 1119, nasce presso il lago Verano, l’attuale Pian del Lago, come ci fa intuire la sua denominazione. Le prime notizie risalenti al 1112 testimoniano la presenza di una comunità eremita, ma la sua esistenza sembra ben precedente. Nel 1239 l’eremo diventa di pertinenza degli Agostiniani e nel 1250, con una bolla papale, viene unito a di San Salvatore di Lecceto. La presenza di notevoli personalità religiose locali, tra cui il beato Agostino Novello che vi trascorse gli ultimi anni della sua vita e vi morì nel 1309, contribuì a trasformare San Leonardo in meta di pellegrinaggio. I resti della cinta muraria e due torri, una rotonda e una quadrata, attestano che nel 1366 l’eremo fu fortificato per dare riparo e accoglienza in periodo di guerra ai vicini abitanti di Santa Colomba. Lo sviluppo architettonico del complesso monastico risente dell’adesione dei primi eremiti all’ordine agostiniano: a pianta quadrangolare con edifici articolati attorno al chiostro. Il monastero conobbe un periodo di grande prosperità grazie alle donazioni di terre e alle offerte dei devoti, nonché al diretto intervento di istituzioni pubbliche, quali l’Ospedale di Santa Maria della Scala e la Repubblica di Siena, che ne promossero il rinnovamento. Nel Trecento fu ampliata la primitiva chiesa in stile romanico e ne fu realizzata una nuova, gotica, a navata unica, suddivisa in tre campate e abside rettangolare. Il coro fu interamente affrescato dal celebre pittore senese Lippo Vanni, con ciclo dedicato alla vita della Vergine. L’abside, tra l’altro, è particolare: vengono raffigurate, oltre alla Vergine Maria, solo personalità femminili, mentre sul soffitto è affrescato forse il primo coro con tanto di strumenti musicali dell’epoca. Nell’ex refettorio, uno dei capolavori della pittura senese del Quattrocento, è possibile ammirare un pregevole affresco con la Crocifissione (anche se frammentario) opera di Giovanni di Paolo del Grazia, realizzato intorno al 1445.

ⒸPoggiarello

E’ possibile visitare il complesso dal martedì alla domenica, ore 9,30 – 15,30, basta suonare al custode che vi accompagnerà raccontandovi storie interessanti e che non trovate sui libri.

Da qui si iniziano due tracciati che s’inoltrano nel bosco: uno, sulla destra appena prima della costruzione, indicato da un cartello “Via Francigena”, porta alla Piramide e al Canale del Granduca, due importanti realizzazioni architettoniche che rimandano alla bonifica della zona di epoca settecentesca; l’altro, all’altezza di una fontanella, sulla sinistra rispetto all’Osteriaccia, conduce all’Eremo lungo un tracciato di origine medievale, come rivelano alcuni tratti di selciato.

La bonifica di Pian del Lago e la Galleria del Granduca

ⒸPoggiarello

E’ conosciuta come la Piramide, l’obelisco che ricorda la settecentesca bonifica di Pian del Lago. La Piramide segna anche l’inizio del Canale del Granduca, un tunnel lungo circa due km che permise, dopo diversi tentativi falliti, il deflusso delle acque. Il Canale del Granduca fu costruito per prosciugare le acque del Pian del Lago che d’inverno vi stagnavano per 156 ettari con una profondità anche di 3 metri, mentre nei periodi di siccità formavano un perenne lago di 93 ettari che dava il nome a tutto il piano. L’estendersi ed il ritirarsi delle acque faceva imputridire sostanze organiche, erbe e insetti, tanto da rendere, specialmente in estate, insalubri i dintorni. Per questo motivo in estate i frati dei vicini conventi di San Leonardo al Lago o di Belriguardo si trasferivano alla Certosa di Pontignano, per far ritorno nelle loro sedi in inverno. Anche tutti i terreni limitrofi distanti dal lago rimanevano incolti e abbandonati, non potendo viverci gli agricoltori che si ammalavano. La malattia desolava fino al convento degli Agostiniani a Lecceto, e fino alle località di Celsa, Santa Colomba, Fungaia, Fornacelle, Chiocciola, Abbadia a Quarto. Fu così che nel 1777 il granduca Pietro Leopoldo decise di intervenire incaricando gli ingegneri Anastasio Anastasi e Bernardino Fantastici di visitare l’area e proporre adeguati interventi. La spinta decisiva fu data dall’intervento di una figura fra le più eminenti dell’epoca: Piero Ferroni a cui venne affidata la direzione dei lavori. Grazie anche all’opera del matematico vennero ultimati i lavori di “ristabilimento e rettificazione del canale sotterraneo (ecco perché detto del Granduca) a cui prese parte anche l’ingegner Agostino Fantastici. La bonifica di questa ampia zona, finalmente, si concluse con successo nel 1780.

Da San Leonardo al Lago, lungo uno sterrato in discesa arriviamo sulla SP di Montemaggio (prendere a sinistra) e poi sulla strada asfaltata dove seguiamo le indicazioni per Celsa. Una breve salita e poi, alla prima deviazione sulla destra, pedaliamo lungo uno sterrato che in meno di un chilometro (in qualche caso dovremo mettere il piede a terra) ci porta a Santa Colomba, un piccolo borgo di origini medievali il cui castello subì gravi danni nel 1364 al passaggio della Compagnia di Ventura di Giovanni Acuto (John Howkwood), condottiero inglese al soldo di Firenze. Di quell’epoca restano la chiesa e una torre difensiva, poi adibita a campanile dello stesso edificio religioso. Altri resti di murature medievali si vedono nei basamenti della grandiosa villa che oggi domina l’abitato.

Ma la struttura più imponente è Villa Petrucci (XV-XVI secolo), edificio risultante da una ristrutturazione di un vecchio maniero, probabilmente su progetto dell’architetto senese Baldassarre Peruzzi. La sua storia fu accidentata e le continue scorrerie di soldati di ventura la ridussero in precarie condizioni tanto che agli inizi del 1500 fu venduta a Pandolfo Petrucci, al tempo eminente signore di Siena (qualcuno lo chiamò addirittura “golpista”), che la trasformò in villa.

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Oltre all’interessante architettura esterna, il palazzo ha all’interno una delle scale elicoidali più famose in Italia, insieme a quella del Belvedere in Vaticano, probabilmente opera dello stesso Baldassarre Peruzzi.

Per arrivare a Siena dobbiamo scendere verso Pian del Lago, pedalare per circa tre chilometri in pianura (sulla nostra sinistra, in collina, la singolare costruzione del Castello della Chiocciola) e poi seguire le indicazioni per la città da cui ci separano circa cinque chilometri.

Castello della Chiocciola

Il nome “Chiocciola” deriva probabilmente dalla scala elicoidale (a chiocciola, appunto) che è stata costruita all’interno della torretta cilindrica dove gli scalini diventano sempre più bassi, riducendo la fatica a chi la percorreva. I sotterranei custodiscono una grotta dove agli inizi del secolo fu rinvenuto un certo quantitativo di reperti preistorici risalenti al neolitico, parte dei quali sono conservati al British Museum di Londra.

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La parte più antica, il castello, risalente al XIV secolo, serviva, unitamente ai vicini fortilizi di Riciano, Strove e Monteauto, come avamposto di difesa per proteggere la Repubblica di Siena dagli attacchi nemici; la villa addossata al castello è ottocentesca. La Chiocciola deve la sua notorietà anche ad un fatto d’armi: si dice che resistette agli attacchi di un battaglione di mille fanti e cento cavalieri austro-spagnoli, al tempo della guerra di Siena nel 1555, e che si sia arreso con l’onore delle armi, dietro pagamento di 700 scudi d’oro. Tra i vari proprietari si ricordano i conti Brancadori e si tramanda che proprio un membro di questa famiglia, a metà Ottocento, si sia giocato il castello durante una notte di ozi e libagioni, facendolo passare nelle mani dell’inglese Mister o’Brien.

I Comuni di Terre di Siena