7.7 Pievi ville e castelli

Pedalando lungo la Riserva natrurale della Val di Merse

«Di fronte, un muro più basso fatica a reggere un campo che quasi strabocca. Sopra l’arco della Porta, di fuori, una meridiana vecchia e stinta, senza il ferro. Un arco più alto, fatto di pietre grigie; chiuso quando riadattarono l’entrata. Da ambedue le parti, congiunte alla Porta, cominciano due muraglie; d’un rosso scuro, con qualche chiazza giallastra; e, dietro a quelle, viti e olivi. Non c’era mai nessun rumore, ed elle facevano un passo più nel mezzo della strada quando all’improvviso sentivano il fruscio di una scala messa da qualche contadino tra i rami di un fico. Una delle muraglie, dopo un cancello di legno, coperto sotto un piccolo tetto a doppio pendio, termina a un caseggiato d’un rosso cupo, con le finestre anguste, fino al cimitero della Misericordia».

(F. Tozzi, Tre Croci)

Oltrepassata Porta Tufi, ci troviamo immersi, come per incanto, nella campagna che in questa zona va letteralmente ad accarezzare la città murata creando un’osmosi perfetta tra costruito e natura. E’ questa una delle magie di una città che nel Novecento è riuscita a difendersi da quell’aggressione disordinata del mattone che purtroppo ha compromesso tanti altri centri italiani.

Porta Tufi

Porta dei Tufi, le cui fondamenta sarebbero state scavate nel 1247, viene citata da vari documenti dalla fine del Duecento, ma l’attuale struttura viene realizzata nella prima metà del secolo seguente. Come spesso succedeva allora, la cinta muraria che la collegava con Porta San Marco fu terminata solo un secolo più tardi, ai primi del Quattrocento, e il giubilo per il completamento di un’opera così attesa fu tale che si decise di festeggiare con una lauta «colatione in su la toricella con buoni polli e buoni capreti e buoni vini», come racconta il cronista Paolo di Tommaso Montauri. La torretta sopra l’arco a tutto sesto costituisce ancor oggi la caratteristica della porta, anche se la bertesca e la caditoia furono ripristinate solo con i restauri effettuati tra il 1933 e il 1936. Nell’occasione fu anche eliminato il tamponamento in muratura della parte superiore del fornice, che venne sensibilmente ampliato, furono aperti i due passaggi pedonali al lato e si demolì il casotto daziario.

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Da Porta Tufi la strada prende subito a scendere fino ad arrivare al fondovalle, in via Massetana Romana, un’arteria su cui pedaleremo per circa due chilometri e lungo la quale è necessario fare molta attenzione a causa di un intenso traffico motorizzato. Una volta arrivati su Strada di Pescaia, prendiamo sulla destra, lungo la Strada di Montalbuccio, e pedaliamo in salita per circa due chilometri; una sosta è d’obbligo per ammirare l’inconfondibile skyline di Siena e poi, giunti ad un bivio in mezzo al quale si trova una piccola chiesa, seguiamo le indicazioni per Belcaro, maestoso complesso fortificato immerso nel verde di un fitto lecceto e racchiuso da ogni lato da una imponente cinta muraria.

Castello di Belcaro

Il castello, fondato alla fine del XI secolo dall’importante famiglia senese dei Marescotti, nel 1376 fu coinvolto e distrutto, come capitava alle fortificazioni e alle strutture più imponenti del territorio, in uno dei tanti scontri bellici. Dopo che i Salimbeni prima ed i Salvini poi lo ebbero ricostruito, venne donato a Santa Caterina da Siena che lo trasformò nel convento di Santa Maria degli Angeli. Nel XVI secolo, fu acquistato dal banchiere senese Crescenzio Turamini e ristrutturato dal celebre architetto Baldassarre Peruzzi che gli diede l’aspetto attuale.

ⒸAntonoio Cinotti

Nel 1554, durante la Guerra di Siena venne assalito dall’esercito imperiale di Carlo V che lo conquistò; ancora oggi, all’interno, c’è una lapide che ricorda il tragico evento e vi sono state murate anche delle palle di cannone. Durante l’ultimo conflitto mondiale, Belcaro venne sequestrato dai tedeschi che ne fecero un ospedale militare; a guerra finita fu restaurato dal proprietario Giuseppe Lapo Barzellotti. Curiosa è la leggenda sull’origine del nome del maniero: la tradizione vuole che la signora del castello, in attesa del ritorno del suo signore dalla guerra, passeggiando sulle mura con in braccio il suo bambino, alla vista del consorte, per la gioia abbia aperto le braccia verso di lui facendo cadere il piccolo nel giardino sottostante. Sembra ancora che, disperata, abbia gridato allo sposo: “Sei bello, ma mi costi caro!” e da qui Belcaro.

La strada prende ora a scendere fino alla Provinciale 73, in località Fornace; proseguiamo sulla destra per un paio di chilometri e poco dopo Costalpino, all’altezza dell’indicazione Volte Alte (segnaliamo la presenza di una fontanella), prendiamo a sinistra. La strada, in leggera discesa, per un breve tratto in macadam, supera località Volte Alte e la bellissima  Villa Chigi Farnese per poi ricongiungersi con la SP 73.

Villa Chigi Farnese

La Villa, parte di un vasto complesso oggi suddiviso in diverse proprietà, per la sua forma monumentale è un tipico esempio di villa suburbana destinata al riposo, perfettamente integrata con la campagna circostante. Nel 1505 Sigismondo Chigi dette il suo nome alla Villa, segnando così il termine dei lavori di costruzione. La Villa ha la caratteristica di essere orientata secondo i punti cardinali e presenta due “avancorpi” di diversa lunghezza che racchiudono un cortile aperto ad est e un porticato sul lato opposto. L’impianto generale, con la corte incorporata in uno spazio ad “U”, richiama analoghe soluzioni di Francesco di Giorgio Martini. Mentre la struttura delle facciate e la decorazione architettonica riconducono a Baldassarre Peruzzi a cui la costruzione è attribuita. Le sale interne sono caratterizzate dai soffitti a volta (da questi il nome alla tenuta, cioè Villa Chigi Farnese alle Volte) decorati da affreschi: al piano terra, il più pregevole, vi sono rappresentati soprattutto temi legati all’ascesa dei Chigi a cardinali e poi papi. Attualmente è proprietà dello Stato e del Ministero dei Beni Culturali e Ambientali e, dal 1990, ne è concesso l’uso all’Università degli Studi di Siena.

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Siamo giunti al piccolo borgo delle Volte Basse dove proseguiamo in direzione di Rosia, sempre lungo la Provinciale che per circa due chilometri continua su tracciato pianeggiante; superata un breve salita, prendiamo a destra le indicazioni per Sovicille, il cui territorio comunale è particolarmente ricco di rilevanze storico-architettoniche (ricordiamo i probabili siti neolitici di Montauto e Sienavecchia, gli insediamenti etrusco-romani e le oltre cinquanta località di origine medievale).

Dopo un paio di chilometri arriviamo ad un bivio: per visitare Sovicille, paese racchiuso da una cerchia muraria quattrocentesca, dobbiamo percorrere due chilometri, uno all’andata ed uno al ritorno, sempre lungo la stessa strada.

ⒸSailko

Il toponimo Sovicille si trova per la prima volta nel 1123 come «Sufficille» e sembra derivare dal latino sub (“sotto”) e ficinulae (diminutivo di “ficus“). Un’altra e più affascinante interpretazione, proposta del prof. Enzo Nuti, insigne latinista, era che, nel caso, si dovesse interpretare come Suavis Vicus Ille (“Quel luogo soave”, con riferimento, forse, alla bellezza del luogo), Beninteso: l’una e l’altra sono interpretazioni del toponimo difficilmente accettabili, soprattutto per quello specifico “lle” finale che non ha senso in toponimia.

Una volta tornati indietro, ai piedi del paese, possiamo ammirare la splendida Pieve di San Giovanni Battista a Ponte allo Spino, senza dubbio uno degli edifici in stile romanico più interessanti di tutto il territorio senese.

Pieve di San Giovanni Battista a Ponte allo Spino

ⒸLigaDue

Siamo nel 1116 quando Rodolfo, presbitero et plebano ex pieve de Suvicille, prese in affitto un pezzo di terra da Gregorio, preposito della canonica di Santa Maria di Siena, l’attuale Pieve, la cui storia rimanda all’Alto Medioevo, come testimoniano alcuni decori scolpiti su pietre riutilizzate nella facciata dell’edificio. Il recente ritrovamento nel cortile della chiesa di mosaici romani datati al I secolo d.C. rende verosimile l’ipotesi che qui fosse stato costruito uno dei primi fonti battesimali dell’area senese. Il complesso religioso è senza dubbio uno dei più interessanti dell’intera Toscana. L’impianto è quello basilicale a tre navate divise da quattro valichi, i cui archi sono sostenuti da pilastri cruciformi, e terminanti con tre absidi. La copertura è sostenuta da capriate, ma in corrispondenza dell’ultima campata le navate laterali sono coperte con volte a crociera, mentre quella centrale ha una volta a botte sopraelevata rispetto alla restante copertura. I capitelli sono scolpiti con intrecci viminei, disegni geometrici e figure umane. Nella facciata, al di sopra del portale, si apre una finestra monofora, ai cui lati si possono leggere un drago e una figura umana che tiene al guinzaglio un leone. La torre campanaria sembra più antica della chiesa, sia per il maggior deterioramento della pietra con cui è realizzata, sia perché la sua decorazione esterna, costituita da arcatelle pensili e lesene angolari, continua anche in una parete interna alla chiesa, come se avesse avuto una diversa disposizione rispetto a un edificio precedente. Nel cortile a destra della chiesa si possono ammirare i resti di un piccolo chiostro e un palazzo che a lungo ha ospitato, nella stagione estiva, i vescovi senesi.

Proseguiamo ancora in pianura per circa un chilometro, poi continuiamo a pedalare lungo la prima strada sulla destra, indicazione Caldana (segnaliamo la presenza di una fontanella). Inizia qui un interessante percorso ad anello di circa cinque chilometri, quasi del tutto privo di traffico, che ci porterà a scoprire in rapida successione la pieve romanica di San Giusto a Balli (risalente al X secolo, conserva un’abside particolare costruita con piccole bozze di travertino, ciottoli di fiume e frammenti di laterizio, conserva due navate delle tre originarie separate da quattro arcate che poggiano su pilastri circolari ed alternano la pietra calcarea al mattone creando una splendida bicromia bianco rosato, visibile anche nelle pareti esterne) e il castello di Poggiarello, costruito per difendere le terre circostanti e nel XVI secolo. Di proprietà della famiglia Chigi Saracini, fu trasformato in dimora signorile culminata nella costruzione di una cappella rinascimentale (attribuita a Baldassarre Peruzzi), nel 1678 dedicata al principe Agostino Chigi.

Proseguendo, arriviamo alla Villa di Toiano. Situata al confine tra il comune di Siena e quello di Sovicille a cui appartiene, racconta la sua storia in maniera più dettagliata dalla metà del Seicento. Il sito su cui sorge è conosciuto da molto prima ed insieme al Palazzaccio segnava il confine sud ovest della Repubblica di Siena.

Varie famiglie magnatizie di Siena si sono succedute nel suo possesso: i Pini, i Savini, ma certamente la famiglia che ha dato l’attuale foggia alla villa è stata quella dei de’ Vecchi. In particolare, Marcantonio edifica la villa nel modo in cui ancor oggi la vediamo e lo fa negli anni che vanno dal 1698 al 1705 circa. Dopo di lui nessuna importante modifica si è verificata rispetto alla forma di impianto rettangolare con due piani fuori terra ed uno interrato, posizionata quasi di fronte a Sovicille dominando la piana del Ponte allo Spino ed il bel paesaggio che da lì si gode.

Dopo un breve possesso del Conte Agostino Chigi Albani (1802 – 1839) la proprietà viene acquisita dai Mieli, potente famiglia ebrea che da Roma si trasferisce in Toscana nei primi decenni dell’Ottocento. Apportano una modifica alla proprietà che consiste nella dismissione della piccola cappella costruita dai Savini per farne scuderie e rimessa delle carrozze. A loro si deve anche la attuale disposizione del giardino avvenuta nel 1890. Rimane in possesso dei loro discendenti fino al 1940, quando inizia un periodo di frequenti passaggi di mano. 

Dal 1961 è proprietà della famiglia Friscelli.

Poco lontano troviamo il “Palazzaccio di Toiano”, un tempo castello dell’omonimo borgo, struttura di chiaro impianto medievale di cui rimangono precise testimonianze.

Tutti questi siti sono inseriti all’interno di un territorio che si distende ai confini tra i comuni di Siena e Sovicille, al limitare dei boschi che ricoprono il versante occidentale della Montagnola Senese e della piana di Rosia, una vasta pianura determinata dal fiume Merse che lambisce i centri di Sovicille e Rosia e dove si trova il piccolo aeroporto di Ampugnano.

Aeroporto di Siena-Ampugnano

La struttura aeroportuale nasce negli anni trenta del Novecento come aeroporto militare. In un primo tempo fu sede di un’importante scuola di pilotaggio, poi, in pieno secondo conflitto mondiale, ospitò il 103° Gruppo Caccia Bombardieri. Riconvertito ad usi civili, oggi l’aeroporto è sede dell’Aeroclub di Siena, che utilizza aerei-scuola, ed opera prevalentemente con traffico commerciale di aviazione per velivoli privati.

Un suo diverso e più importante utilizzo, che prevede l’ampliamento della struttura, è stato di recente al centro di un aspro dibattito che ha portato, per il momento, a sospendere qualsiasi intervento in materia.

Concluso il breve anello, proseguiamo per Siena che dista circa 10 chilometri. Una certa attenzione al traffico che incontreremo lungo la SP 73 da località Volte Basse fino alle porte della Città del Palio.

 

I Comuni di Terre di Siena